sabato 11 giugno 2005

Niente Far West se vincono i SI

Il sempre puntuale Daw segnala un articolo di Stefano Ceccanti apparso di recente sul Riformista:
"i quesiti parziali non producono alcun Far West. Infatti vi sono almeno 16 divieti che rimarrebbero in piedi anche col successo pieno dei sì. [..]

Resterebbe in piedi il cuore dell'art. 5, la base fondamentale di tutti i limiti, che consente l'accesso a coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambe viventi. In un colpo solo sono vietati:

1) l'accesso ai single,
2) ai minorenni,
3) alle coppie omosessuali,
4) le mamme-nonne,
5) la fecondazione post portem.

Nell'art. 9 sbucano i divieti 6 e 7 che fungono da ulteriori paracadute (sia pure minimi) quando si ammetta l'eterologa (fatta all'estero):

6) divieto di disconoscimento di paternità, e
7) divieto per il donatore di acquisire relazioni giuridiche col nato.

Giungiamo all'art. 12:

8) proibisce la commercializzazione di gameti o embrioni,
9) proibisce l'utero in affitto,
10) proibisce la clonazione umana". [..]

Nell'art. 13 troviamo:

11) la ricerca deve perseguire finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche,
12) è vietata ogni forma di selezione a scopo eugenetico e qualsiasi altro intervento teso ad alterare il patrimonio genetico,
13) vietati interventi di scissione precoce dell'embrione o di ectogenesi,
14) vietata la fecondazione di un gamete umano con uno di specie diversa,
15) vietata la produzione di embrioni a scopo di ricerca.

Infine, anche se saltasse il tetto dei 3 embrioni il "medico è comunque tenuto a non creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario".

A quanto siamo con questo? Ah sì, a 16 divieti, mica male per un Far West.

venerdì 10 giugno 2005

Submission? Film esagerato e razzista, certo

Queste le critiche rivolte da molti islamici - nonché dai soliti multiculturalisti della sinistra alle vongole - al film-denuncia costato la vita al regista Theo Van Gogh, ucciso da un militante estremista islamico.

Secondo i detrattori del film (e del regista), Submission deforma la realtà del mondo islamico, dipingendo un quadro molto più fosco di quello reale.

Sarà: ma allora, se davvero nell'ambito dell'Islam le donne stanno molto meglio di come le dipinge l'opera di Van Gogh, spiegatemi il senso di questa notizia apparsa oggi sul Corriere:

Torino: getta la moglie dal balcone, arrestato marocchino

TORINO - Un cittadino marocchino ha accoltellato e buttato giu' dal balcone della propria abitazione di Torino la moglie italiana, perche' colpevole di voler lavorare e vivere "all'occidentale".

La donna originaria di Catania, che presentava ferite e fratture su tutto il corpo, e' stata portata in ospedale. L'uomo invece e' stato arrestato.


A Torino. Non in Afghanistan o in Iran. A Torino.

Decisamente c'è qualcosa che non quadra, no?

Comunque, per chi volesse farsi un'opinione di prima mano sull'opera di Van Gogh, questa sera alle 21:00 "Submission" verrà proiettato a Mestre (Venezia) presso la Sala Laurentianum in Piazza Ferretto.

giovedì 9 giugno 2005

Clementina Cantoni libera

Dopo 24 giorni di prigionia Clementina Cantoni è stata liberata, e attualmente si trova nel consolato italiano di Kabul.

Un grazie al Governo italiano, che ha saputo gestire in maniera puntuale la vicenda facendo tutte le necessarie pressioni sulle autorità afghane;
un grazie alle autorità afghane, che si sono impegnate al meglio delle loro possibilità per il rilascio della nostra connazionale;
un grazie agli operatori di CARE International, che hanno saputo mobilitarsi sia in Afghanistan che sul piano internazionale;
un grazie, soprattutto, alle vedove, alle donne e in generale ai cittadini afghani che in queste settimane hanno pubblicamente e quotidianamente manifestato il loro affetto e il loro sostegno a Clementina;
per finire, un cordiale vaffanculo ai "pacifisti" (pacifinti) italiani per essersi sostanzialmente disinteressati della vicenda - ma, si sa, questa volta non c'era la possibilità di sfruttare politicamente il rapimento per criticare, come al solito, il Kattivo BerlusKoni o i Kattivi amerikani, e quindi niente mobilitazioni, niente fiaccolate buoniste cantando tutti insieme "imeginoldepipol", niente bandiere arcobaleno nelle piazze, niente di niente (a parte, onore al merito, un paio di centinaia di persone alla manifestazione promossa a Roma da Uòlter): complimentoni, fate davvero schifo.

Ci sono leader e leader

Anche oggi il Riformista pubblica un editoriale in cui mi riconosco al 100%.

Nota: l'URL qua sopra è corretto e funzionante, mentre dalla homepage del quotidiano si viene reindirizzati a un URL tarocco: a quanto pare la homepage è stata taroccata da un hacker, probabilmente un astensionista - tutti gli altri sporchi trucchi li hanno già messi in pratica: mancava per l'appunto solo questo...

mercoledì 8 giugno 2005

Fini sempre piu' su

E Berlusconi, di converso, sempre più giù: mentre Fini si schiera per il SI a tre dei quattro referendum e critica l'astensionismo, dov'è finito il "liberale tatcheriano", dov'è finito il Berlusconi del partito unico del centro-destra "moderno, liberale, europeo"?

Triste dirlo, ma pare che anche questa volta, come per il referendum sul maggioritario, sia finito arenato sulla battigia, a giocare con la paletta e il secchiello o, peggio, ad aiutare chi, in AN, tenta di fare le scarpe al "troppo liberale" - e troppo poco clericale - Fini.

Che tristezza.

Questo Ferrara non ci piace

Il Riformista pubblica un editoriale, che condivido praticamente parola per parola, su Giuliano Ferrara (massì, proprio lui: la moglie di Anselma Dall'Olio), direttore del Soglio (pardon: Foglio):
ASTENSIONISMI.
La scuola della moglie
di Giuliano Ferrara


Leggiamo da "Io donna" di sabato scorso, a firma di Marina Terragni: «Giuliano Ferrara, andrà a votare?» «Sì, ho anche firmato per i referendum... Per me è una guerra culturale sui principi della vita». Leggiamo dal "Messaggero" di ieri, appena due giorni dopo, a firma di Mario Ajello, la dichiarazione di Anselma Dall’Olio, moglie di Ferrara: «Io, come Giuliano, sono per l’astensione. Questa è una vera posizione femminista».

Chissà, magari sarà un semplice misunderstanding, e non ricade dunque in quella «Scuola delle mogli», «questa école de femmes da commedia leggera» che lo stesso Ferrara fustigava ieri in un editoriale del "Foglio", prendendosela con i politici «che invitano a votare come le mogli, questi femministi dei nostri stivali».

Ma, del resto, la campagna di Ferrara contro il referendum è tutto un misunderstanding. La coerenza delle posizioni, come è noto, non si può pretendere da quel pulpito. Quindi non staremo qui a dire che non si accettano lezioni di etica da chi prima firma impavido i referendum e poi trascolora in una pavida astensione. No, il misunderstanding più grave non è personale, è politico. Ed è tanto più sgradevole perché Ferrara non ci è, ma ci fa.

Ieri, col solo risultato di farsi nuovamente insultare, stavolta con l’epiteto di luogocomunista, il buon Luca Sofri, ex compagno di tv, glielo scriveva in una lettera a Ferrara: «Non ho mai letto - mi è sfuggito? - in un suo editoriale un accenno alla questione del numero degli embrioni o della regolamentazione della fecondazione eterologa, che è ciò di cui si doveva discutere. Si trattava di fare una cosa buona, e voialtri prepotenti avete parlato d’altro».

Ecco, parlar d’altro, sport nazionale dell’Italia colta, che a una serie discussione preferisce sempre una prolissa affabulazione. Siccome Ferrara, arci-italiano, è maestro nel secondo genere, mesi e mesi passati a parlare di riccioli, di qualcuno e di qualcosa, di soggetto e oggetto. Così la ex guerra culturale per un no argomentato è diventata ciò che è diventata, una canzonetta italiana, con Ferrara nei panni di Mogol, tu chiamale se vuoi emozioni.

E avendo buona parte del fronte referendario accettato di cantare alla musica di quella sirena, poco ci stupirà se quei pochi italiani, appena un dieci per cento, che contano per fare il quorum, domenica preferiranno andarsene al mare, non avendoci capito niente. Era cominciata come una «guerra culturale» ed è finita con un «facimmo ammuina» di borbonica qualità.

Europa, o cara

Cara soprattutto ai nostri eurodeputati: basta guardare questa tabella, che riporta gli stipendi dei nostri (?) rappresentanti (fonte: Corriere della Sera/Times):

L'aggancio delle retribuzioni a quelle dei parlamentari dei rispettivi Paesi di provenienza fa sì che acuni eurodeputati ricevano attualmente dodici mensilità, alcuni tredici e altri quattordici. Per uniformare i salari, si è scelto di riportare i guadagni annuali secondo i dati pubblicati da Times. Ne risulta che un eurodeputato italiano percepisce in un mese (12.007,03 euro) quasi quanto un lèttone prende in un anno.

Italia 144.084,36 euro
Austria 106.583,40
Olanda 86.125,56
Germania 84.108
Irlanda 82.065,96
Gran Bretagna 81.600 euro
Belgio 72.017,52
Danimarca 69.264
Grecia 68.575
Lussemburgo 66.432,60
Francia 62.779,44 euro
Finlandia 59.640
Svezia 57.000
Slovenia 50.400
Cipro 48.960
Portogallo 41.387,64
Spagna 35.051,90
Slovacchia 25.920 euro
Rep. Ceca 24.180
Estonia 23.064
Malta 15.768
Lituania 14.196
Lettonia 12.900
Ungheria 9.132
Polonia 7.369,70 euro
Come potete vedere, quindi, esiste almeno un campo in cui siamo nettamente primi in Europa: quello degli stipendi ai nostri laboriosi (?) e produttivi (??) eurodeputati - io, comunque, a costo di passare per incontentabile, avrei preferito veder primeggiare l'Italia in altri campi.