mercoledì 10 novembre 2004

Irak, trovati i covi dei rapitori mozza-teste


Dove? Ma a Falluja, naturalmente, la città-simbolo della "resistenza" tanto cara a Lilli Gruber, ai pacifinti e, non ultime, alle due (si)mone:
FALLUJA - Sono stati trovati dai militari iracheni nella zona settentrionale di Falluja i covi dove gli estremisti islamici hanno tenuto gli ostaggi stranieri prima di giustiziarli. Il generale Abdul Gader Mohan, dell'esercito iracheno, ha dichiarato che sono stati trovati "i mattatoi, capi di vestiario neri, centinaia di cd, e liste complete con i nomi".
Fonte: Corriere della Sera.



Olanda, operazione antiterrorismo in corso


Dalle prime ore dell'alba è in corso in Olanda una operazione anti-terrorismo che ha comportato anche la chiusura dello spazio aereo sopra la capitale.



La polizia ha circondato in forze un edificio in cui si sono asserragliati alcuni sospetti terroristi islamici.



Tre poliziotti sono stati feriti dal lancio di una bomba a mano, due sono gravi.



Ciliegina sulla torta: nelle stesse ore, una sigla islamista ha minacciato di colpire l'Olanda se non cesseranno le aggressioni contro i "veri credenti" - come quello che ha ucciso il regista Theo van Gogh, immagino.



AGGIORNAMENTO ore 19:00 - Catturati due sospetti.



Civili inermi massacrati dagli okkupanti


Come dite? I "soliti" kattivi amerikani impegnati a massacrare (come al solito, secondo la trita e ritrita litania pacifinta) "donne, vecchi e bambini" in Irak?



Sorpresa: no, gli "insoliti", bravi, buoni, multilateralisti e politicamente corretti francesi, impegnati a massacrare civili inermi (ma che "minacciavano di diventare violenti", oh oui...) in Costa d'Avorio:
Civilians killed during Ivory Coast protest



Several civilians have been shot dead during violent demonstrations in the West African nation of Ivory Coast.



Soldiers opened fire during an anti-French protest in the commercial capital Abidjan.



Witnesses say that French troops fired into the crowd when the demonstration became violent.



But the French military says it was not responsible for the killing.



French officials say Ivorian troops started shooting after they were shot at by protesters outside a luxury hotel in Abidjan.



The latest incident happened after more than four days of unrest in Ivory Coast.



French, Ivorian and United Nations troops are trying to restore order.



South African President Thabo Mbeki has invited opposition leaders to Pretoria later this week for talks to end the violence.
Come vedete, comunque, i francesi si sono affrettati a smentire - e se lo dicono loro, gli idoli dei pacifinti di casa nostra, come non credergli? (Arh, arh...)



Theo Van Gogh: '06-05' e 'Submission' su Internet


Come segnalato dal Griso, negli ultimi giorni due televisioni regionali olandesi hanno rinunciato a trasmettere "Submission", il documentario del regista Theo Van Gogh, massacrato la scorsa settimana dagli islamofascsti, che denunciava le violenze, le umiliazioni, la repressione a tutti i livelli della donna nel mondo islamico.



Sempre il Griso ha fornito, in questo e questo post, i link a "Submission" (niente panico, è in Inglese, non in Olandese) e a "06-05", il documentario girato da Van Gogh sull'assassinio del leader politico Pim Fortuyn, ucciso appunto il 6 Maggio del 2002.



Come dice il Griso,
Guardatelo (dura 11 minuti e, a parte la preghiera iniziale e finale in arabo, è in inglese coi sottotitoli in olandese) e diffondetelo: è uno dei mezzi che abbiamo a disposizione per non darla vinta ai fascisti.



Almeno, per me chi va in giro ad ammazzare chi non la pensa come lui è un fascista. Punto. O qualcuno ha una definizione migliore?
No, personalmente trovo che questa sia perfetta.



lunedì 8 novembre 2004

Van Gogh, Eurabia e 'multiculturalismo'

Segnalo, un po' in ritardo, un ottimo editoriale di Magdi Allam sul Corriere della Sera:
SE L’ODIO CONTAGIA L’EUROPA

Lo sgozzamento di Theo Van Gogh, un atroce rituale del terrorismo islamico perpetrato da un giovane olandese di origine marocchina nel centro di Amsterdam, ha probabilmente inferto il colpo mortale all’idea e all’utopia del multiculturalismo in Europa. Anche se ha avuto molto meno risonanza della strage di Madrid dello scorso 11 marzo, gli effetti del barbaro assassinio di Van Gogh potrebbero rivelarsi ben più gravi e incisivi sul futuro della convivenza tra gli autoctoni e le minoranze etnico-confessionali del Vecchio continente.

Perché ormai costringe l’insieme dell’Occidente a interrogarsi e a dare delle risposte convincenti alla propria crisi d’identità che si afferma in modo speculare e simmetrico a quella che da oltre un trentennio attanaglia il mondo islamico. Una crisi che esplode all’indomani del crollo del Muro di Berlino nel 1989.
La dissoluzione della controparte (l’impero comunista) che legittimava una certa identità impone all’Occidente di guardarsi allo specchio, di riscoprire i suoi valori profondi al di là del contesto dello stato dell’emergenza della Guerra fredda protrattasi per mezzo secolo.

Sul fronte opposto, l’offensiva della rivoluzione democratica che ha investito l’Europa orientale e altre parti del mondo è stata recepita come un’aggressione a un’identità islamica in balia di teocrazie e di autocrazie traballanti.

Un'identità islamica che a partire dal 1967, la sconfitta degli eserciti arabi e il crollo dell'utopia panaraba, era riuscita a produrre la crescita dell'integralismo e l'involuzione della mentalità e dei costumi. In questo contesto il terrorismo islamico privatizzato e globalizzato da Osama bin Laden ha finito per rappresentare la deriva più deleteria e disumana.

Eppure questa identità islamica radicale, così fortemente e violentemente contrapposta ai valori fondanti e comuni della civiltà occidentale, riesce a far breccia tra taluni giovani musulmani residenti o addirittura nati in Europa, di fatto cittadini europei.

Non è un caso che il colpo di grazia al multiculturalismo provenga dall'estremismo e dal terrorismo islamico. Perché l'ideale della coesistenza tra diversi non può reggere se qualcuno immagina se stesso come l'incarnazione del Bene e si auto-attribuisce il dovere etico e messianico di sconfiggere con tutti i mezzi il Male. Ed è appunto questo il caso degli estremisti e dei terroristi islamici che sono pregiudizialmente contrari alla coesistenza con i "miscredenti" e gli "apostati", mentre tendono a considerarsi come una "comunità di fedeli" a sé stante, uno Stato teocratico in nuce all'interno dello Stato di diritto. Che si avvale e sfrutta la democrazia e le garanzie costituzionali dello Stato di diritto per affermare il proprio potere oscurantista e violento tra le comunità musulmane in Europa.

Come da copione, anche il giovane terrorista islamico che ha sgozzato van Gogh ad Amsterdam, emulando le gesta di Al Zarqawi in Iraq, è il prodotto di un processo di indottrinamento e arruolamento che ha al suo centro una moschea integralista che si ispira all'ideologia wahabita predominante in Arabia Saudita. Questo efferato crimine dimostra come se anche non tutte le moschee sono integraliste, estremiste o terroriste, tutti gli integralisti, gli estremisti e i terroristi sono diventati tali in una moschea.

C'è un nesso evidente tra una certa predicazione che inneggia alla Guerra santa e esalta i kamikaze, la "conversione" all'estremismo islamico dei fedeli, l'adozione della fede nel "martirio" e l'attuazione dell'attentato terroristico. E purtroppo è assai labile e imprevedibile la distanza che separa lo stadio della libertà di espressione e di associazione, tutelati dallo Stato di diritto, dal compimento del crimine vero e proprio.

La crisi del multiculturalismo dovrebbe insegnarci che solo un Occidente con una forte identità, sul piano ideale, religioso e culturale, può confrontarsi e aprirsi in modo costruttivo e pacifico con gli "altri". E che il traguardo deve essere un sistema di valori condiviso all'interno di una comune identità.

In breve


Nel week-end non ho potuto aggiornare il blog: recupero adesso.



Spesa proleche?



Chi fa irruzione in un centro commerciale e in una libreria portando via libri, cibarie, console videoludiche, videoregistratori e altro costoso materiale senza pagare è un volgare ladruncolo, altro che "spesa proletaria".



Nel caso, poi, dell'orda di fighetti figli di papà camuffati da lumpenproletariat portati a Roma da Casarini, da Caruso e dall'ineffabile Nunzio D'Erme (consigliere comunale di maggioranza, ricordate? quello della quintalata di letame scaricata in pieno centro a Roma), c'è anche l'aggravante del pretesto pseudo-ideologico e populista-chic.



Sindaco Veltroni, niente da dire? Una parolina a quel derme del suo consigliere di lotta e di governo, sembra male?



Chiacchere e distintivo



Solo negli ultimi giorni, a Napoli, almeno tre morti ammazzati e una dozzina di feriti.



Particolarmente indicativo del clima il caso della ragazzina (?) di 15 anni che, per vendicare il furto del proprio motorino, istiga il padre a scovare e uccidere il responsabile, un ragazzo di appena due anni più grande di lei: a nessuno dei due, naturalmente, è venuto in mente di segnalare il ladruncolo alle forze dell'ordine - lo Stato, si sa, si chiama in causa solo quando si tratta di dire che non fa niente per aiutare i napoletani.



Governatore Bassolino, sindaco Jervolino: anni di chiacchere e di convegni per descrivere e glorificare il Nuovo Rinascimento Napoletano, e questi sono i risultati? Una città alla deriva, sempre più vicina al Terzo Mondo?





Non sono americani, quindi è tutto O.K.




Dopo avere criticato i metodi degli "unilateralisti" americani (e fa niente se la Coalizione impegnata in Irak conta 49 Paesi), ora i "multilateralisti" francesi scatenano unilateralmente una mezza guerra (o forse una guerra intera: staremo a vedere nei prossimi giorni) in Costa d'Avorio non allo scopo di liberare un Paese ma, loro sì, per perseguire una politica di potenza nella regione e per difendere i propri interessi economici e strategici (solo per gli americani è un crimine farlo, a quanto pare) in quella che era, e che rischia di ridiventare o è già ridiventata de facto, una loro colonia - e tutto questo, per giunta, sotto il naso (meglio: con la benedizione) dell'ONU.



Chirac, Annan, niente da dire? E voi pacifinti? Tutto a posto in questo caso, niente bandiere arcobaleno schierate in piazza, questa volta? O prima di protestare aspettate, come al solito, l'apparizione sulla scena degli americani?



venerdì 5 novembre 2004

Prima di mettere mano ai fazzoletti


I mass media già da giorni si sono lanciati nella (ennesima, per molti) campagna di santificazione del terrorista Arafat: ma quant'è (quant'era) bravo, eroico, coraggioso, deciso, amante del suo popolo (bugia colossale), votato alla causa della pace (altra balla galattica: mai Nobel per la Pace fu più assurdo di quello assegnato a lui), etc. etc.



Prima di tirare fuori i fazzoletti, però, forse conviene leggersi ritratti un po' meno in ginocchio, come questo a cura di Angelo Pezzana, riportato da Esperimento:
Raccontare il falso è sempre stata la grande specialità di Arafat. Non è nato a Gerusalemme ma al Cairo, suo padre era per altro mezzo egiziano. Non è quindi un palestinese, come ha sempre affermato.



E’ nato nel 1929 e ha visto per la prima volta la Palestina nel 1947. Ha sempre raccontato di essere cresciuto nella città vecchia di Gerusalemme a pochi passi dal muro del pianto. Peccato che non sia vero. Scoperto il trucco, ha dichiarato di essere nato a Gaza. In realtà la prima volta che ci ha messo piede è stato solo nel 1994. Un trucco che non sarebbe stato difficile scoprire, visto che Arafat ha sempre avuto e ancora ha un forte accento egiziano.



Peccato che scoprire i suoi altarini non sia mai stato un esercizio praticato dai nostri grandi esperti in Medio Oriente. Il suo diritto a mentire è stata l’invenzione più riuscita, quella che più è piaciuta ai mezzi d’informazione del mondo intero: la guerra a Israele, quando nel 1964 fu creata l’OLP, l’organizzazione per la liberazione della Palestina. Da allora si è potuto permettere qualsiasi affronto alla verità. Lo hanno sempre creduto.



Non è mai stato a Gerusalemme durante la guerra di Indipendenza del 1948, ma ha sempre affermato di averla combattuta. Falso, ma è stato creduto.

Si è quindi inventato una biografia inesistente e il gioco ha funzionato. L’abbiamo verificato in questi giorni, dal momento in cui si è sentito male fino al suo trasporto in un ospedale francese a bordo di una aereo che graziosamente Chirac gli ha messo a disposizione.



Ci siamo sorbiti articoli traboccanti stima, considerazione, affetto, commozione, come se ad essere in pericolo di vita ci fosse un uome che ben ha meritato nella sua vita e non un fanatico killer di ebrei. Potremmo aggiungere anche un persecutore del suo popolo, al quale ha di fatto impedito qualsiasi soluzione che potesse portare alla costituzione di uno Stato palestinese indipendente. Il conflitto permanente essendo una della condizioni che ha permesso ad Arafat di rimanere in sella per quarant’anni, dittatore di una dirigenza palestinese alla quale era solo concesso di ratificare le sue decisioni e niente di più.



"Anche subito dopo aver firmato gli accordi Oslo e mentre gli veniva conferito il premio Nobel per la pace, Arafat e l’OLP preparavano il terreno per l’intifada delle moschee che avrebbe portato con sè l’ondata del nuovo terrorismo suicida", ci dichiara Fiamma Nirenstein, autrice de "Gli antisemiti progressisti".



Il dono che Arafat ha fatto al mondo, contrariamente all’immagine che i media hanno inventato, è stata l’arma dei martiri suicidi, che portato la morte in mezzo alla popolazione civile. "Israele sta trattando con la persona peggiore possibile", aveva detto a Rabin nel 1993 il re di Giordania Hussein, che Arafat aveva avuto la sfortuna di sperimentare personalmente quanti lutti e stragi si portasse dietro.



Malgrado ciò Arafat ha mantenuto intatta la sua credibilità, anche quando dichiarava che dietro alle stragi c’era la mano di Israele. Persino dopo Taba ha sparso il sospetto che dietro le bombe che hanno fatto strage di israeliani ci fosse l’opera del Mossad.



La violenza, fisica e politica, è sempre stato il suo strumento preferito. Certo, gli eufemismi per definirla diversamente non sono mancati. Lotta armata, resistenza, tutta la retorica su Mister Palestina, che non dorme mai, lavora 24 ore al giorno, come può seguire la famiglia quando la sua vera sposa è il popolo palestinese ?



Gli articoli su di lui di questi giorni abbondavano in lacrime e commozione. Che le sue mani grondino sangue innocente non ha la minima importanza. C’è qualcuno però che non l’ha dimenticato. Sono i parenti degli israeliani di origine francese che sono morti negli attentati. Hanno infatti richiesto di iniziare subito un procedimento legale contro il rais, visto che ora si trova in terra francese. Vedremo quale spazio questa notizia si conquisterà sui nostri giornali (posso già immaginarlo, NdR) visto l’orientamento che hanno assunto nei suoi confronti in quello che non è azzardato definire un processo di beatificazione ante mortem del beatificato.



E’ questa per Arafat la fine del viaggio o ci sarà un ritorno più o meno risanato al controllo del potere, deludendo più di ogni altro chi in questi giorno sta pesando quanto vale la propria candidatura ? Che da queste parti non significa gara elettorale secondo i criteri democratici, ma quanto pesa il proprio potere in quanto ad armi possedute e milizie di guerriglieri controllati.



Un’era è comunque finita. Arafat senza divisa e keffiah sostituiti da un pigiama e un berretto di lana blu scuro, quel baciare le mani a chi gli siede accanto, in un gesto che non sa più di comando ma di sottomissione, hanno incrinato definitamente nell’immaginario propagandistico palestinese l’icona che il rais ha curato per decenni con abile e truffaldina capacità. Difficile mentire sulla malattia, impossibile inventare altre menzogne.



Se Arafat uscirà di scena, come si augurano più ancora di Israele i vari Abu Mazen, Abu Ala, Mohammed Dahlan, sarà un bene anche per lo Stato ebraico. La controparte con la quale trattare, di cui Sharon ha sempre e realisticamente affermato l’irrilevanza come interlocutore di pace, forse avrà un volto. Si spera diverso da quello di Arafat. Con lui scomparirà il vero ispiratore di Bin Laden.



Arafat sarà ricordato nei libri storia come l’uomo che con la pratica quotidiana del terrorismo si augurava di eliminare lo Stato ebraico. Infatti sulle carte geografiche più largamente in uso nell’Autonomia palestinese e nei testi di scuola Israele non esiste.

Il suo resterà un desiderio non realizzato.