lunedì 19 aprile 2004

Al peggio non c'e' mai fine


Prendiamo ad esempio l'ultimo articolo di Vattimo (segnalatomi dal sempre ottimo Sannita, che ringrazio) apparso sul Manifesto:
Furor di patria

GIANNI VATTIMO

Temo che ci siano ben poche ragioni, in questi giorni, di sentirsi fieri di essere italiani, come molto volonterosamente ci viene raccomandato da tutte le parti - talvolta per legittimo dovere istituzionale dalle alte cariche dello stato, talvolta per improvvisi attacchi di nazionalismo eroico (Riotta sul Corriere della sera). No, ci sentiamo anzi singolarmente estranei all'orgia di retorica militar-patriottarda in cui sguazzano soprattutto fascisti e affini; e, con loro, la maggior parte dei giornali che mai come oggi appaiono tutti rigorosamente "di regime". La Repubblica del 16 aprile, salvo errori da parte nostra, non aveva neanche un minimo cenno alle posizioni della sinistra non triciclica sui sequestri iracheni. Fortunatamente ne abbiamo letto qualcosa sul Corriere della sera e sulla Stampa. In compenso, una lunga intervista a Rutelli, che non ha perso l'occasione di paragonare il "gruppo di assassini" che hanno rapito i nostri connazionali alle Brigate Rosse degli anni di piombo italiani. Come là non abbiamo ceduto al ricatto accettando le trattative, così non lo faremo qui. Non su Repubblica, ma sul Corriere sempre del 16, Rutelli avrebbe potuto leggere del sondaggio condotto da una emittente araba (una fonte autorevole e super partes... NdR), secondo cui, su 83.839 persone interpellate in Iraq, il 79% ha dichiarato di approvare, come utile, la "cattura di ostaggi stranieri da parte della resistenza irachena". Non sarà questa una differenza rilevante tra le BR e la resistenza irachena? Ma anche chiamarla resistenza - senza per questo approvare gli assassini - è qualcosa che il regime non tollera, se è vero che anche Lilli Gruber ha dovuto rinunciare a questa espressione parlando alla Tv italo-berlusconiana.



Come sempre per noi è tutto questione di parole. Che altro sono, anche a sinistra, se non parole consapevolmente (salvo imbecillità conclamata) ipocrite le chiacchiere sul 30 giugno? Nel migliore dei casi, si tratterebbe semplicemente di un cambio di etichette, con i soldati americani, inglesi e anche i nostri, che cambierebbero la targa dei loro veicoli e magari il colore dei loro caschi. Ma neanche questo gioco di etichette molto probabilmente si verificherà, il governo non passerà in mani irachene perché non saranno nemmeno state avviate le pratiche, complicatissime, che il povero inviato dell'Onu sta faticosamente immaginando. E il Triciclo, da parte sua, ci dice che sarebbe irresponsabile lasciare l'Iraq subito; anche qui, fingendo di ignorare che solo annunciando subito il ritiro lo si potrebbe organizzare in tempi ragionevoli, per giunta contribuendo anche solo con questo annuncio a un allentamento della tensione, e magari a salvare qualche vita.



Infine: non si tratta con i terroristi. Ma con chi, se no? Liquidare l'offerta di tregua di Bin Laden come un "ricatto" a cui non si deve cedere è davvero la posizione più saggia? Visto che non c'è un governo legittimo con cui trattare una qualche limitazione del conflitto, perché continuiamo a rifiutare ogni trattativa, con la falsa idea che il nemico sia solo un vile e abominevole bandito? Tutti i governi lo sono sempre stati, e solo in considerazione del loro potere sono passati molto spesso dal ruolo di banditi al ruolo di interlocutori credibili. Se, come del resto pensano gli americani, Bin Laden ha davvero l'autorità di ordinare stragi e eventualmente di farle cessare, non vediamo in che cosa differisca da Bush (e non ci si citino le sue patenti "democratiche"). Prenderne atto sarebbe infine un atto di realismo, per uscire dalle chiacchiere e dalle "nette prese di posizione" astensioniste.
Per un attimo, solo per un attimo, avevo pensato di provare ad articolare una risposta pacata a questa massa incredibile di distorsioni della realtà, di pure e semplici bugie, di mistificazioni e paragoni incredibili e improponibili, e di affermazioni non so se più miserabili, più vili o più schifosamente in malafede.



Poi però ci ho rinunciato: cosa si può rispondere, infatti, all'imbecillità pura di questi fascifisti "antropologicamente e moralmente superiori"?



Credo che in Sud Italia, in certe situazioni, si dica al proprio interlocutore "non ti sputo addosso per non profumarti", o qualcosa del genere; nel caso di Vattimo, si rischierebbe di "profumarlo" anche versandogli addosso una tonnellata di merda di cavallo.



E sapete una cosa? Questo povero stronzo, nonostante sia finito fuori dalle liste diessine (per sua scelta, dice lui), occuperà quasi certamente un seggio nel prossimo Parlamento europeo, perché di gente che la pensa come lui a sinistra ce n'è più che a sufficienza per garantire la sua elezione: splendida prospettiva, vero? Finalmente una persona seria, in grado di rappresentare degnamente l'Italia...



[Tech] Transistor in materiale plastico da Xerox e TDA


La prima ricaduta sarebbe sui costi: gli attuali chip in silicio vengono prodotti in stabilimenti ultrasofisticati ma anche ultra-costosi, infatti - basti pensare che nelle loro clean room viene mantenuta una atmosfera infinitamente più pulita e asettica di quella della migliore delle sale operatorie "per umani".



La seconda riguarderebbe i supporti in grado di sfruttare i nuovi chip, e quindi la loro diffusione:
Just as important, it could greatly expand the range of objects that connect to the Internet, because electronic connections would be handled by a thin film or mouldable material, rather than rigid chips. A thin screen could be bound into a magazine, for instance, and connect wirelessly to a Web site, or plastic soda bottles could transmit signals to inventory devices.



"Within two to three years, you might be able to see something on the market, like a low-performance display" made with these types of materials, said Beng Ong, a Xerox fellow who headed a team at the Xerox Research Centre of Canada that developed a series of electronic polymers.
Fonte: ZDNet.UK.



Spagna: un errore unilaterale


Così Sergio Romano sul Corriere della Sera:
Se attendere l’Onu e il 30 giugno non ha più senso, potrebbe sostenere Zapatero, tanto vale tagliar corto e uscire di scena.



Ma vi sono altre considerazioni di cui il governo spagnolo avrebbe dovuto tener conto. Il nuovo premier dovrebbe ricordare che il suo Paese ha molte e gravi responsabilità. Il fatto che gli elettori abbiano congedato il suo predecessore non lo esime dall’obbligo di ricordare che la decisione di attaccare l’Iraq fu presa alle Azzorre in una riunione tripartita dove Aznar fu il padrone di casa. In quei mesi la Spagna, fra i Paesi favorevoli alla politica americana, scavalcò l’Italia, tenne il passo con la Gran Bretagna e dette un contributo determinante alla divisione dell’Europa. Fu un errore di cui altri governi, per ragioni diverse, condivisero la responsabilità. Ma la Spagna, grazie alla sua posizione in Consiglio di sicurezza e al brusco stile di Aznar, fu in prima fila. Ora Zapatero commette, per motivi opposti, lo stesso errore. Dopo averci indicato la strada della guerra, la Spagna ci suggerisce con un brusco dietrofront la via dell’uscita.



E lo fa in un momento in cui quasi tutti i membri dell’Ue (anche Francia e Germania) sembrano consapevoli della necessità di trovare una soluzione che non precipiti l’Iraq nel caos di una devastante guerra civile. Presa da un uomo di Stato che ancora poche settimane fa diceva di voler modificare la politica del suo predecessore sulla Costituzione dell’Ue, questa decisione è clamorosamente antieuropea. Se avesse utilizzato la vittoria elettorale per minacciare il ritiro e chiedere ai partner una scelta collegiale, Zapatero avrebbe aperto un’utile discussione e dato prova di lungimiranza. Con una mossa affrettata sceglie invece ancora una volta la strada delle decisioni unilaterali, crea grandi difficoltà agli europei della coalizione, nuoce all’immagine dell’Europa nel mondo.
Non che l'Europa avesse poi questa grande immagine, prima d'oggi, (vedi finanziamenti ai terroristi palestinesi e a regimi come quello vietnamita, ad esempio), ma comunque complimenti a Zapatero per l'ulteriore colpo.



Il prezzo del disonore


Al Qaeda brandisce il bastone, Zapatero ubbidisce, gli integralisti gli danno in premio una carota (certamente non dove gliela darei io):
NAJAF - Il capo radicale sciita Moqtada Sadr, che si trova nella citta' santa sciita di Najaf, ha fatto un appello oggi ai suoi seguaci affinche' cessino gli attacchi alle truppe spagnole.

L'appello del leader radicale sciita ai suoi uomini, secondo uno dei suoi piu' stretti collaboratori, e' legato alla decisione annunciata ieri dal premier spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero di ritirare ''nel piu' breve tempo possibile'' le truppe spagnole dall'Iraq.

I militari spagnoli nel paese arabo sono oltre 1.300,e sono stanziati al sud, nella regione di Najaf, citta' circondata dagli americani. Al suo interno di trova Moqtada Sadr.
Fonte: ANSA.



Zapatero: peace for oil


Il premier spagnolo Zapatero, l'ultimo (in ordine di tempo: ma ce ne saranno altri, state tranquilli) idolo dei pacifinti sempre pronti a scendere in piazza al grido "no blood for oil" ha deciso di rompere gli indugi e di ritirare le truppe dall'Irak senza neanche aspettare la scadenza, da lui stesso indicata, del 30 giugno.



Zapatero ha spiegato di avere scelto il ritiro immediato perché "non è possibile prevedere se davvero sarà adottata una nuova risoluzione delle Nazioni Unite sulla cui base continuare la missione".



In realtà le possibilità che si arrivi a una nuova risoluzione ONU sono alquanto elevate, anche perché sono gli stessi americani a spingere in questo senso; in ogni caso, le risoluzioni ONU già approvate finora, e in particolare la 1511, sarebbero più che sufficienti per giustificare il mantenimento della presenza spagnola in Irak.



Leggere per credere:
La Risoluzione 1511 sull'Iraq del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, 16 ottobre 2003



(La risoluzione crea le premesse per un miglioramento politico, economico e della sicurezza)



Il 16 ottobre scorso, il Consiglio di Sicurezza ha approvato all'unanimità una risoluzione che getta le basi per una partecipazione internazionale e delle Nazioni Unite alla ricostruzione politica ed economica dell'Iraq e al mantenimento della sicurezza.



La risoluzione, originariamente proposta dagli Stati Uniti, è stata appoggiata da Camerun, Spagna e Regno Unito.



(...)



Contemplando che "il conseguimento della sicurezza e della stabilità è fondamentale per riuscire a portare a termine con successo il processo politico" e per permettere alle Nazioni Unite di lavorare nel Paese, la risoluzione autorizza una "forza multinazionale sotto comando unificato a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq". Tale forza dovrà riferire al Consiglio di Sicurezza almeno ogni sei mesi.



(...)



Il testo esorta le Nazioni a partecipare alla forza multinazionale con l'invio di forze militari e invita i Paesi Membri e gli Istituti finanziari internazionali a fornire le risorse necessarie, compresi prestiti e altri aiuti finanziari, per la ripresa e la ricostruzione della infrastruttura economica irachena.



Nella risoluzione, inoltre, il Consiglio "condanna inequivocabilmente" gli attacchi terroristici avvenuti in Iraq e invita le Nazioni a impedire il transito di terroristi, il trasferimento di armi e di finanziamenti per le attività terroristiche all'interno del Paese.



(...)



13. Stabilisce che il conseguimento della sicurezza e della stabilità è fondamentale per riuscire a portare a termine con successo il processo politico come previsto nel citato paragrafo 7 e per permettere alle Nazioni Unite di sostenere efficacemente tale processo e l'attuazione della Risoluzione 1483 (2003). Autorizza, altresì, la Forza multinazionale sotto comando unificato a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq, anche al fine di garantire le condizioni necessarie all'attuazione della tabella di marcia e del programma e di contribuire alla sicurezza della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per l'Iraq, del Consiglio di Governo iracheno, di altre Istituzioni dell'Amministrazione provvisoria irachena e delle principali strutture umanitarie ed economiche;



14. Esorta i Paesi Membri a dare il proprio contributo, in virtù di questo mandato delle Nazioni Unite, anche con l'invio di forze militari, alla Forza multinazionale sopramenzionata nel paragrafo 13;
Tutto chiaro? Di che coinvolgimento dell'ONU va cianciando, Zapatero? Direi che più coinvolta di così...



Semmai anzi è l'ONU, a giudicare dal testo della risoluzione 1511, a chiedere ai Paesi membri - e quindi anche alla Spagna - di "dare il proprio contributo, in virtù di questo mandato delle Nazioni Unite, anche con l'invio di forze militari, alla Forza multinazionale"...



Il punto quindi è un altro: Zapatero ritira le truppe dall'Irak perché così spera di mettere il suo Paese al sicuro dai terroristi di Al Qaeda - speranza alquanto illusoria: Bin Laden non fa alcuna distinzione fra "pacifisti" e "combattenti", e a tempo debito tornerà ad occuparsi da par suo anche della Spagna.



Interessanti, al riguardo, le notizie contenute in un post di Mauro a.k.a. Gino:
Nel frattempo si apprende che 5 compagnie petrolifere si sono aggiudicate l'appalto per la vendita di 6 milioni di barili del petrolio iracheno, provenienti dalla regione di Kirkuk (nel nord del paese).

Tre di queste compagnie sono europee, una turca e una statunitense.

Che ci azzecca con la Spagna, vi starete chiedendo, giusto?



Ci azzecca eccome, visto che 2 delle compagnie europee vincitrici dell'appalto sono spagnole: la Repsol YPF e la Cepsa, che si sono aggiudicate un milione di barili a testa. Un altro milione di barili vanno alla greca Hellenic Petroleum e alla turca Tupras e i restanti 2 milioni di barili all'americana ExxonMobil.

Il greggio viene convogliato, attraverso un oleodotto, al terminal turco di Ceyhan, sulle rive del Mediterraneo.

(fonte: Teletext svizzero)



Insomma, il lavoro "sporco" di mantenere la sicurezza nel paese lo lasciano fare agli altri. Gli incassi dalla vendita del petrolio (che senza un livello di sicurezza decente non arriverebbe in Turchia), invece, non li disdegnano.
Desolante: da "no blood for oil" a "peace appeasement for oil", calpestando il sangue dei 191 spagnoli morti (inutilmente, a questo punto) negli attentati di Madrid.



domenica 18 aprile 2004

Al Jazeera: il calcolo politico spacciato per umanita'


Scrive Aldo Grasso:
I due pesi della Cnn araba



Nei giorni dell'efferata esecuzione di Fabrizio Quattrocchi c'eravamo tutti convinti di una cosa: che Al Jazira avesse fatto bene a non mandare in onda le immagini dell'uccisione. L'emittente araba aveva anche fornito una giustificazione parlando di "criteri di umanità", di volontà di "non turbare la sensibilità delle gente". Ma più passa il tempo, più la decisione di Al Jazira sembra caratterizzarsi solo per una calcolata scelta politica, servita in un velo di ipocrisia che si è disteso fin sopra i nostri talk show. Davvero il blackout è dovuto a ragioni umanitarie? D'improvviso Al Jazira ha scoperto di avere un cuore, una sensibilità, un pudore nonostante in passato non si sia mai turbata più di tanto nel trasmettere immagini tragiche, spaventosi proclami di morte, prigionieri privati della loro dignità. Ieri sera, a esempio, ha mandato ripetutamente in onda le scene del leader di Hamas Rantisi, ucciso dagli israeliani, indugiando sui particolari più macabri e così contribuendo non poco a riscaldare gli animi del mondo arabo.



D'improvviso anche noi, che sguazziamo nella tv del dolore, che cadiamo in estasi davanti ai galloni di sangue sparsi da Mel Gibson, che usiamo la sofferenza come osceno lievito dell'ascolto, abbiamo ceduto al sentimentalismo, alla pruderie. Senza quelle immagini, di assoluta spietatezza, ci siamo messi a discutere di mercenari, di ministri che ci governano dal video, di sadici banchetti televisivi, di bella morte. Aspetti veri ma del tutto secondari rispetto all'atrocità del gesto.



Il problema non è se sia giusto o meno mostrare le immagini dell'orrore, parlarne, discuterne: il contenuto morale di certe scene è fragile, muta con il mutare dei tempi e dei contesti in cui viene rappresentato. Se mai vi sono alcune immagini fotografiche (i lager, la bambina vietnamita sfigurata dal napalm, le Torri Gemelle, adesso purtroppo anche l'assassinio di Quattrocchi) che raggiungono "lo status di punti di riferimento morale". È questo vincolo etico che bisogna preservare. Quando vediamo quelle immagini devono venirci i brividi, deve cambiare il nostro modo di pensare.



Malgrado la tv non si faccia scrupolo di mandare in onda le peggiori efferatezze, di raccontare allegramente storie di brutalità, se le immagini dell'esecuzione avessero fatto il giro del mondo avremmo subito un altro terribile, doloroso choc visivo, nella scala delle atrocità. Questo bisogna metterlo in conto. Ma bisogna anche avere la consapevolezza che quella tragica sequenza, quella vigliaccheria del carnefice, quel comportamento eroico dell'ostaggio sarebbero stati devastanti per l'immagine della "sedicente resistenza irachena". Meglio, molto meglio nascondere tutto.
Link: Corriere della Sera.



Assisi: vergognosa adunata di Balilla fascifisti


Ovvero, come il cinismo e la volontà di manipolazione e strumentalizzazione non conoscono limiti (e men che meno vergogna).



Link: Corriere della Sera.